Memorie e Melanzane

Memorie e melanzane

Silvana posteggiò la macchina di traverso, afferrò le borse con i regali e scese di corsa. “Accidenti!”, borbottò prendendo a due a due i gradini del condominio signorile. “Tutto all’ultimo momento.”

Sempre in ritardo…”, commentò Elena aprendo la porta alla sorella. “Siamo già al primo.”

Silvana entrò fermandosi sulla soglia del soggiorno. “Buon Natale”, riuscì a dire ansimante, “Scusate, ma dovevo sistemare zia Caterina, dopo devo andare da mamma.”

I dieci commensali alzarono la testa e all’unisono risposero: “Onnatale!” con le bocche piene, poi subito tornarono a occuparsi delle lasagne con le melanzane.

“Le ha fatte Silvana”, disse Elena senza modificare la mimica facciale. “Pare che riescano bene solo a lei.”

Marco, il padrone di casa deglutì. “Sono proprio buone”, disse alla cognata. “Ogni Natale riesci a sorprendermi con questo capolavoro. Ma perché non è venuta Caterina?”

“Ci mancava di doversi occupare anche di lei. Ormai non ce la fa più a fare le scale, e poi sta bene a casa sua”, intervenne la moglie indicando una sedia vuota alla sorella. “Siediti Silvi.”

Silvana si accomodò, tirò sotto la sedia e batté un paio di volte le palpebre sopra la porzione di lasagne. “Il piatto preferito di papà”, mormorò.

“La tradizione vuole che ogni Santissimo Natale zia Caterina ci racconti questa storia. Credevo di scamparla quest’anno”, commentò Elena.

“Non era mai riuscito a digerire la parmigiana però le melanzane gli piacevano tanto.” Silvana sembrava non aver colto il tono infastidito della padrona di casa. “Allora mamma ha creato questa ricetta per lui.” Con la forchetta sollevò la prima sfoglia di pasta carica di formaggio gratinato e sorrise alla fetta di melanzana sottostante. “Ci metteva delle ore a grigliarle sulla piastra perché non dovevano essere fritte.”

“Altri tempi”, intervenne la sorella di Marco. “Adesso si mettono sulla griglia elettrica, tutto è più semplice però forse si è persa un po’ di passione. Ecco… mi sembra che le ragazze moderne non amino più cucinare.” L’occhiata che lanciò alla figlia che le sedeva di fronte, non fu colta.

Silvana mise la forchetta nel piatto. “Cucinare è l’arte sinestetica per eccellenza, ma non basta mettere insieme colori, forme, sapori e profumi, occorre farlo all’interno di un rapporto interpersonale.”

“Ecco la psicologa che vien fuori”, bisbigliò zia Serena in fondo alla tavolata.

“Quando si cucina, lo si fa in genere per soddisfare il palato di qualcuno; fatto solo per sé stessi equivale un po’ a… un atto di autoerotismo.”

La risatina dei gemelli adolescenti sottolineò l’imbarazzo generale.

“La società moderna promuove l’affermazione dell’individualismo, dell’autocentrismo e allora spendere ore per procurare piacere a qualcuno che lo consuma in pochi minuti non è più accettabile. Meglio acquistare tutto già pronto, singolarmente imballato e affettivamente sterile.” Silvana rigirò tra le dita lo stelo del suo bicchiere vuoto.

Marco ruppe il silenzio versando da bere alla cognata. “Però ci sono sempre più ragazzi che cucinano. Come te lo spieghi?”

“Sono più di prima, ma non sono poi così tanti.” Silvana prese un sorso di vino bianco. “Vogliono contare tra gli artisti pagati, essere chef, non cuochi.” Quindi si alzò e prese il cappotto. “Vado da mamma.”

“Non puoi aspettare? Staranno mangiando anche là… non hai neanche toccato le lasagne”, disse Elena.

“Mettimele in un contenitore, le porto via: mi verrà fame prima o poi.”

Sulla porta di casa, Elena porse il cibo alla sorella. “Saluta mamma, ma tanto non c’è più… non parla più… ogni volta che ci penso, mi sembra che sia morta un altro po’.”

“So quel che provi, l’Alzheimer fa più vittime tra i famigliari che tra i pazienti stessi. Non essere riconosciuti dai genitori è traumatico.”

 

Silvana guidò piano per una ventina di chilometri sulla provinciale quasi deserta, poi svoltò in una stradina privata e spense la macchina davanti a una vecchia villa in stile palladiano. Prima di chiudere prese il contenitore con la porzione di lasagne. Entrò nel salone affrescato, salì al primo piano e bussò alla porta della stanza col numero cinque. “Mamma…”, bisbigliò entrando in punta di piedi. “Sei sveglia?”

La donna seduta sulla poltrona davanti alla finestra non si mosse; gli occhi spenti erano puntati sulla campagna invernale, le mani ossute appoggiate sui braccioli.

Silvana tirò una sedia accanto alla madre e si sedette. “Non hai mangiato neanche oggi, guarda qua questa bella pastina e la torta di mele.” Pescò una forchetta dal vassoio intonso e si mise le lasagne in grembo. “Sono stata da Elena, sai… come al solito, sono tanto concentrati a vuotare il piatto che si perdono il gusto del cibo. Non ce l’ho fatta, sono venuta via.”

La madre restò immobile. Solo il petto si alzava e abbassava a un ritmo lento e regolare.

“Questo è il quinto Natale senza di te, mamma. Adesso, non c’è più niente, neanche la zia Caterina che ci racconta di papà.”

L’anziana non diede segno di sentire.

La giovane donna sospirò e tolse il coperchio al contenitore di plastica. Prese una forchettata e la portò alla bocca. “Fredde… ma il profumo c’è”, mormorò prima d’infilare il cibo tra i denti e masticare lentamente, guardando oltre la finestra, sugli stessi rami nudi su cui era posato lo sguardo della madre. “Buone…”

Il volto dell’anziana si destò, i lineamenti presero vita, il colorito divenne rosato. La madre posò le mani in grembo e si girò. “Silvana”, disse con voce chiara, “sai dov’è papà? Le sue lasagne sono pronte.”

Silvana sgranò gli occhi. Lentamente depose la forchetta nel contenitore. “Mamma…”, disse in un soffio, “sei tornata”.

“Ma non sono mai andata via bambina, ho fatto le lasagne con le melanzane. Non lo senti il profumo?”

La giovane donna sulla sedia chiuse gli occhi e respirò a fondo.

“C’ho messo tutta la mattinata a grigliare le melanzane e sai anche tu che fatica si fa a tagliarle tutte uguali. Ma hai notato che con quelle tonde vengono meglio?”

Silvana prese la mano della madre e la strinse piano mentre lasciava che due lacrime le scendessero negli angoli della bocca.

“Sì, sì… gli piacciono, ma io so perché me le chiede così spesso.” La mano rugosa nascose una risatina. “Dice che sono una prova d’amore.”

“Stai… stai bene mamma?”, chiese Silvana lasciando libere le lacrime.

“Ma certo che sto bene tesoro, però non mi piace portare in tavola il pranzo freddo. Dove si sarà cacciato questo volta?”

Silvana si alzò. “Ti voglio bene, mamma”, sussurrò deponendo un bacio tra i capelli bianchi.

L’anziana rispose qualcosa d’incomprensibile, mise le mani sui braccioli e lentamente il sorriso si spense, lo sguardo tornò fuori dalla finestra e i lineamenti s’irrigidirono nel volto terreo.

“Mam… ma”, singhiozzò Silvana, “Mam…ma, ti prego… non te n’andare.” Accarezzò la guancia fredda della madre, la chiamò più volte e le scosse dolcemente il braccio. Quando i singhiozzi si furono calmati, si asciugò gli occhi, si sedette e attese che il sole tramontasse tra i rami secchi.  Nel crepuscolo raccolse le sue cose e raggiunse la porta.

La donna in poltrona annusò l’aria un paio di volte.

“Buon Natale, mamma.”, sussurrò Silvana chiudendo l’uscio.

di Sibyl von der Schulenburg