Tre persone su quattro pensano che negli ultimi cinque anni sia diventato più pericoloso circolare per strada. La percezione della sicurezza degli italiani sembra dunque essere nettamente peggiorata.
È una percezione comprensibile. Ma è anche una fotografia fedele della realtà?
Non del tutto.
Nel 2024 in Italia sono stati denunciati circa 2,39 milioni di reati. Sono aumentati del 2% rispetto all’anno precedente e del 3,8% rispetto al 2019. Dunque, sarebbe sbagliato dire che la criminalità non sia cresciuta.
Ma sarebbe altrettanto sbagliato fermarsi qui.
Dieci anni prima, nel 2014, i reati denunciati erano oltre 2,8 milioni.
E soprattutto non tutti i reati si muovono nello stesso modo. Sono cresciute alcune forme di criminalità predatoria, quelle che incidono maggiormente sulla nostra vita quotidiana e sulla sensazione di vulnerabilità: borseggi, scippi, rapine in strada. La criminalità violenta, invece, racconta una storia molto diversa. Nel 2025 gli omicidi sono diminuiti del 15%, raggiungendo il livello più basso dell’ultimo decennio.
Eppure, ci sentiamo sempre più insicuri.
Qui il problema smette di essere soltanto criminologico e diventa psicologico.
Noi non valutiamo il rischio consultando ogni mattina le statistiche del Ministero dell’Interno. Lo valutiamo attraverso ciò che vediamo, ascoltiamo e ricordiamo.
Un omicidio occupa minuti di telegiornale, titoli, immagini, interviste, talk show e giorni di discussione sui social. I milioni di persone alle quali quel giorno non è successo nulla, naturalmente, non fanno notizia.
Il risultato è che la frequenza con cui incontriamo mentalmente un evento può essere scambiata per la probabilità che quell’evento accada a noi.
Non è soltanto un’ipotesi. Studi condotti anche in Italia hanno mostrato che l’esposizione a una maggiore quantità di notizie sulla criminalità può aumentare la preoccupazione per il crimine indipendentemente dall’andamento reale dei reati.
Poi c’è un altro elemento, meno discusso: la paura è anche un mercato.
Telecamere, allarmi, porte blindate, sensori, vigilanza privata sono prodotti e servizi perfettamente legittimi e spesso utilissimi. Ma una parte della loro comunicazione commerciale funziona inevitabilmente su una sequenza elementare: prima rendere mentalmente disponibile il pericolo, poi offrire la protezione.
Se per venderti sicurezza devo ricordarti continuamente che potresti non essere al sicuro, il confine tra informazione sul rischio e amplificazione della paura diventa sottile.
E infine c’è la politica.
La paura è una delle emozioni politicamente più potenti perché trasforma un problema complesso in una richiesta semplicissima: proteggimi.
Per questo la sicurezza può diventare terreno ideale per una comunicazione che seleziona il singolo episodio, lo ripete, lo generalizza e lo trasforma nella rappresentazione di un’intera società.
Un’aggressione è un fatto.
Cento servizi sulla stessa aggressione sono anche un ambiente informativo.
La convinzione che quell’aggressione possa capitare ovunque e continuamente è una percezione.
Sono tre cose diverse.
Questo non significa negare la criminalità, minimizzare uno scippo o spiegare a chi ha subito un furto che “le statistiche vanno bene”.
Significa qualcosa di molto più semplice: i problemi di sicurezza esistono, ma la paura che ne abbiamo può essere molto più grande del rischio reale che corriamo.
Ed è proprio nello spazio fra rischio reale e percezione della sicurezza che operano informazione, pubblicità e politica.
La sicurezza è un problema serio, proprio per questo meriterebbe dati, proporzioni e contesto.
Non paura.